Allevamento ovini
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L’allevamento ovino e caprino nella zona del Pordenonese

 

Fino alla prima metà del 1800 l’allevamento di pecore nel pordenonese era molto fiorente e veniva praticato soprattutto in pianura perché consentiva di sfruttare bene i terreni magri non adatti ad essere coltivati e i prati nel periodo invernale. Le pecore utilizzavano anche l’erba dei campi a maggese, cioè lasciati periodicamente incolti, dei fossi e dei cigli delle strade.

Le greggi di pecore avevano  bisogno di sempre nuovi pascoli e dovevano essere spostate di continuo da un prato all'altro. 

L’allevamento dei piccoli ruminanti era molto praticato anche nel resto del Friuli Venezia Giulia e molte località hanno nomi legati al pascolo. Passons, Armentarezza, Braida sono degli esempi.

In montagna invece si allevava soprattutto la capra che si adattava meglio all’ambiente più aspro e d’inverno poteva nutrirsi anche con fronde d’albero fatte essiccare, mentre nella buona stagione mangiava foglie e rametti e brucava le erbe tenendo pulito il territorio.

La pecora di pianura era molto più pregiata di quella di montagna e il suo valore sul mercato lo dimostra. Nel 1869 una pecora allevata in montagna valeva 8-9 lire, mentre una di pianura 14-20 lire.

Dopo cinquanta anni, agli inizi del 1900, gli allevamenti di pecore erano già diminuiti del 70% e quelli di capra del 40% soprattutto in pianura. Le cause sono da ricercarsi nelle trasformazioni del territorio e delle coltivazioni e nelle restrizioni del diritto di pascolo libero.

Anche in montagna l’allevamento della capra fu progressivamente abbandonato in favore di quello dei bovini. Le capre erano ritenute dannose per il mantenimento dei boschi e per l’equilibrio idrogeologico e una legge del 1877, la prima di una serie di altre leggi, stabiliva il divieto di pascolamento con capre al di sopra della linea del castagno, che in Friuli corrisponde ai 600 metri. Così si impediva di fatto lo sfruttamento di terreni impervi e ricchi di cespugli e si causava una riduzione della produzione di latte soprattutto a fine stagione quando le mucche ne producevano poco.

Negli anni intorno al 1930 ci fu incrementato nell’allevamento delle pecore ritenuto utile alla produzione di lana e carne in un momento in cui si voleva che l’economia italiana fosse autosufficiente

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il numero degli ovini continuò a diminuire perché erano cambiati i metodi di coltivazione dei campi e ciò sottraeva sempre più terreni al pascolo. Dopo gli anni ’50 le latterie che prima pagavano il latte di pecora il doppio di quello di mucca cominciarono a non accettarlo più. La lana era di scarsa qualità rispetto a quella che si trovava in commercio e non fu più richiesta. Così l’allevamento delle pecore che aveva caratterizzato la zona dei magredi per secoli quasi scomparve.

Negli ultimi decenni del 1900 è continuato il progressivo abbandono dell’allevamento ovino e caprino e nel 1976 si dichiarò l’estinzione della razza ovina Friulana.

Solo recentemente si è registrata un’inversione di tendenza in particolare per quanto riguarda le pecore. Il territorio dei comuni di Aviano, Budoia, Caneva, Maniago, Montereale Valcellina e Polcenigo, storicamente legato all’allevamento di piccoli ruminanti attualmente ospita il 50% degli ovini di tutta la pianura regionale. Alcuni allevamenti trasferiscono le proprie greggi sui pascoli del Cansiglio e del Monte Cavallo durante la primavera e l’estate.

Oggi esiste una politica di incremento dell’allevamento di pecore e capre che, per la propria adattabilità anche ad ambienti difficili, può diventare un’alternativa per la produzione di reddito e uno strumento per la cura e la manutenzione del territorio soprattutto montano.

 

Testo tratto dall'articolo L'allevamento ovino e caprino sulla montagna del Friuli Venezia Giulia  scritto da Loszach S., Menegon S., Pastore E., Bovolenta S. e pubblicato nel Quaderno SOZOOALP n° 4 - 2007.

 

 

 

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