CHIESA S. REMIGIO
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Chiesa parrocchiale

 

La nostra chiesa parrocchiale è dedicata a San Remigio che era vescovo della città francese di Reims ed è stata costruita nel XII secolo. E' situata in alto rispetto a piazza Vittorio Emanuele II, all'inizio della salita per Runcis.

All'interno sovrasta la navata il grande affresco del pittore padovano Andrea Urbani eseguito nel 1783, che rappresenta l'Assunzione della Madonna. Dietro l'altar maggiore è collocato un dipinto raffigurante il "Battesimo di re Clodoveo da parte di San Remigio", di scuola veneta della prima metà del secolo XVIII. All'ingresso della sagrestia è posta la pala dell'emigrante, bassorilievo in legno di Max Piccini (1890-1974) che testimonia come l'emigrazione fosse così significativa per la comunità da esigere un'opera che la rappresentasse.

Sulla parete sinistra si trova il sarcofago di Marzio Polcenigo, condottiero, fatto erigere dal fratello Ossalco nel 1650. Sempre sulla sinistra trova posto il fonte battesimale del XVI secolo, scolpito in pietra da Francesco da Meduno.

In canonica si possono ammirare tre affreschi del XVIII secolo: "Gesù che porta la croce", "La sacra Famiglia", "Il Battista" ed il dipinto "Visitazione e i Santi Antonio da Padova, Giovanni Battista e NIcolò" opera di Nicola Grassi (1682-1748) proveniente dalla distrutta chiesetta di San Antonio.

In chiesa sono presenti anche le raffigurazioni di San Giuseppe, Santa Agnese, San Luigi Gonzaga, protettore della gioventù, Santa Rita , la santa dei casi impossibili, e poi il Sacro Cuore di Maria e il Sacro Cuore di Gesù. Ci sono anche tre ex-voto a testimonianza di grazie ricevute.

 

Ricordi dei nonni e tradizioni religiose

 

Nel 1939 è avvenuto un fatto molto particolare: il vescovo diede a don Giovanni Stefanutti, il parroco del tempo, l’incarico di fare un esorcismo ad una ragazza. I nonni si ricordano del fatto perché per l’occasione, arrivò in paese molta gente curiosa di vedere ciò che sarebbe accaduto.

Alla festa di San Remigio, il primo di ottobre, è abbinata la sagra delle zucche e in questa occasione vengono esposte le zucche più belle e si preparano gnocchi, pane e dolci a base di zucca.

Una volta il primo giorno di ottobre era anche il giorno di inizio delle lezioni scolastiche e tutti gli alunni con i loro insegnanti partecipavano alla Santa Messa e poi si recavano a scuola. La sera il parroco celebrava un’altra messa.

Le cerimonie religiose celebrate un tempo sono state mantenute sostanzialmente invariate anche al giorno d’oggi.

Come in tutte le chiese anche qui il 5 gennaio alle cinque del pomeriggio c’era la funzione di benedizione delle mele, di produzione locale, del sale e dell’acqua.

Il 17 gennaio, giorno dedicato a San Antonio abate, si benedicevano il pane e i cereali.

Il 2 febbraio si andava a messa per la benedizione delle candele e la festa si chiamava della “Candelora”.

La frutta benedetta veniva mangiata il giorno di San Biagio, protettore della gola, per prevenire le malattie da raffreddamento.  Nello stesso giorno c’era anche la benedizione della gola: il sacerdote incrociava due candele benedette, le appoggiava sulla gola delle persone e diceva una preghiera.

Il 14 febbraio si festeggiava San Cirillo e San Metodio patroni d’Europa e degli insegnanti e si benediceva il pane.

Il giorno delle ceneri si andava in chiesa e il sacerdote bruciava dell’ulivo benedetto e con la cenere tracciava una croce sulla testa dei fedeli per sottolineare la necessità della penitenza e dell’umiltà. Una volta a casa si mangiava di magro e in particolare il baccalà.

Le nonne annodavano una corda con quaranta nodi e ogni giorno si doveva dire una preghiera per ogni nodo. Ogni giorno si bruciava un nodo fino all’esaurimento degli stessi.

La Domenica delle Palme, prima della messa, era benedetto l’ulivo che veniva conservato nelle case per tutto l’anno. Poi si ascoltava il racconto della Passione di Gesù.

La Settimana Santa iniziava con quaranta ore di adorazione. Il sacerdote esponeva il Santissimo dalla mattina alle sette fino alle diciannove. Ogni cortile e ogni via aveva il suo orario per andarlo ad adorare.

Il Giovedì Santo, giorno dell’ultima cena, alla messa della sera c’era la cerimonia della lavanda dei piedi, il sacerdote scalzo lavava i piedi a dodici persone, scelte tra le più importanti del paese, che rappresentavano i dodici apostolo. Poi gli altari venivano spogliati e si spostava l’Eucarestia su un altare rivestito di drappi bianchi.

Il Venerdì Santo si faceva la svestizione della croce, coperta durante la quaresima, e alla sera si faceva la processione della Via Crucis per le strade del paese illuminate da lumini e candele poste sui davanzali delle finestre, tutti intonavano il “Popolo meo”. Durante la giornata si praticava il digiuno e l’astinenza, le campane non suonavano ed era un giorno di lutto.

Sabato pomeriggio ci si confessava e ci si preparava alla Santa Pasqua, alle 22 si cantava il “Gloria” e ci si bagnava gli occhi con dell’acqua benedetta. Proprio a quell’ora c’era anche la consuetudine di tagliare la ciambella pasquale per i bambini. Le campane non suonavano e si usavano invece le raganelle, le “graciule”.

Il 25 aprile, festa di San Marco, si faceva una rogazione. Si partiva presto e si attraversavano i campi fini ad Orgnese, dove si celebrava la messa nella chiesetta di San Leonardo. Durante il tragitto si cantavano le litanie dei santi in latino e l’invocazione: “Peste, fame et bello libera nos Domine” ed altre ancora.

Per il Corpus Domini il Santissimo veniva portato in processione per le vie del paese e attorno al grande pino in piazza . Davanti al prete camminavano le bimbe, vestite di bianco, che avevano ricevuto la Prima Comunione e spargevano petali di rosa lungo il percorso. Tutte le strade erano abbellite con vasi di fiori e rami verdi.

Il primo novembre si faceva la processione dalla chiesa fino al cimitero e si recitava il rosario. Le campane suonavano una lunga Ave Maria e nelle case si recitava il rosario e cento “requiem” a suffragio dei defunti. La notte si lasciava la luce accesa e dell’acqua in alcuni secchi, perché c’era la credenza che in quella notte i morti potessero ritornare nelle loro case e allora si lasciava loro la luce e l’acqua da bere. In quella notte inoltre le campane suonavano ininterrottamente.

Alla vigilia di Natale si allestiva l’albero e si preparava una sorpresa per i bambini che vi trovavano sotto un cestino con mandarini e noci, le uniche leccornie a disposizione a quel tempo.

Se i bambini erano abbastanza grandi andavano alla messa di mezzanotte e poi si andava dalle suore che per l’occasione distribuivano cioccolata calda a tutti i presenti.