Nelle
campagne dell'alta pianura pordenonese l'allevamento delle pecore era
molto diffuso, ma dal 1860 circa questa attività ha cominciato a perdere
di importanza fino ad arrivare alla scomparsa quasi totale. Ciò avvenne per due motivi: la difficoltà di spostare le greggi
sui terreni coltivati e
quella di trovare pascoli liberi.
I magredi, che caratterizzano l'alta
pianura, sono composti da terreno molto sassoso e povero e perciò venivano coltivati
poco. In seguito, con l'introduzione di
nuove tecniche agricole si è cominciato a trasformare i pascoli in campi,
che quindi gli animali non potevano più sfruttare. Inoltre anche le leggi cambiarono,
restringendo man mano il diritto di pascolo libero.
Le
pecore venivano spostate in primavera e in autunno. In primavera andavano
verso le montagne nelle malghe, per usufruire dei pascoli di alta quota e
all'inizio dell'autunno venivano riportate in pianura dove si spostavano
continuamente per brucare la poca erba invernale.
A
confermare la
diffusione dell'allevamento delle pecore e delle capre, molte località
friulane hanno conservato nomi legati al pascolo come Armentarezza, Braida
e Passons.
Dopo
la Seconda Guerra Mondiale nelle latterie il latte pecorino, che prima
era pagato il doppio di quello vaccino, non venne più accettato. Anche
la lana, essendo di qualità scarsa rispetto alle esigenze dei
consumatori, venne venduta sempre meno. L'allevamento della pecora, che
per secoli aveva avuto molta importanza in pianura, andò via via
scomparendo, rimase presente, con piccoli allevamenti di Bergamasca, per
lo più nelle zone di montagna
Le
pecore che venivano allevate nel pordenonese erano di razza Alpagota e Friulana,
oggi estinta, . Attualmente gli allevamenti sono in
prevalenza di razza Bergamasca.
Anche
le razze Alpagota e Carsolina, in regione presente soprattutto nella zona
del Carso, hanno rischiato l'estinzione e per questo ora si cerca di
favorire il loro allevamento.
L'Alpagota
prende il nome da Alpago in Veneto. E' di taglia medio-piccola con macchie
scure sul muso e sulla parte inferiore delle zampe. Ha orecchie molto
piccole e non ha le corna. E' adatta a produrre carne, ma anche latte e
lana.
Anche
la Carsolina è una pecora di taglia media dal mantello bianco , ma spesso
picchiettato da macchie marroni o nere. E' adatta soprattutto alla
produzione di latte.
La
Bergamasca è la razza di pecore più grande al mondo, è originaria della
Lombardia ed è adatta soprattutto alla produzione di carne.
Recentemente
c'è stata una ripresa nell'allevamento, soprattutto delle pecore, e nella
pedemontana del pordenonese vive il 50% degli ovini di tutta la pianura
del Friuli Venezia Giulia.
Alcuni
di questi allevamenti continuano a trasferire le greggi sui pascoli del
Cansiglio e del Monte Cavallo durante la primavera e l'estate.
Oggi
si è riscoperto il valore di questi animali che, oltre a dar da vivere a
chi li alleva, sono uno strumento utile per mantenere puliti i terreni magri o più
difficili e mantenere i pascoli che altrimenti avrebbero la tendenza a
scomparire, trasformandosi in boscaglia.
La
norma regionale n° 17 del 2006, articolo 22, regolamenta l'attività del
pascolo, che deve essere praticato in modo non intensivo e, come nel
passato, solo durante alcuni periodi dell'anno, in autunno ed in inverno.
In questo modo viene recuperato il significato dell'antica transumanza
dando al territorio dei magredi la possibilità di mantenersi intatto e
ricco di biodiversità.
La
lana
Un
tempo le pecore erano un bene prezioso, davano lana, latte e carne.
Le pecore da lana venivano tosate in primavera parchè in quel momento la
lana era migliore e gli animali non avrebbero sofferto per il freddo anche se avevano poco
pelo. Per produrre buona lana i pastori preferivano i pascoli di pianura
che fornivano l'erba più ricca e inoltre cercavano di far pascolare i
loro animali in terreni vicini al mare perché la salsedine faceva bene
alle pecore che così producevano lana più pregiata.
Una
volta tagliata, la lana doveva essere pulita dai fili d'erba, dai rametti e
da altre sporcizie, poi andava spazzolata usando
due spazzole di ferro con i denti fitti fitti. In questo modo la lana si
gonfiava ed era pronta per essere filata. Questa operazione si dice
cardatura.
Un
tempo le donne usavano il fuso e la rocca per filare la lana ed era
un'operazione che richiedeva una certa manualità e tanta pazienza. Un
batuffolone di lana veniva avvolto attorno alla rocca, un lungo
bastone più grosso ad una estremità e che poi si assottiglia fino a
formare una punta. Alcune rocche erano decorate con disegni incisi nel
legno che auguravano prosperità ed erano il regalo di matrimonio che lo sposo donava
alla futura moglie: se c'era lana da filare tutta la famiglia avrebbe
avuto vestiti caldi per l'inverno.
Il
fuso si teneva con la mano destra, sotto l'ascella sinistra si
metteva la rocca . Si prendeva un po' di lana dalla rocca e si cominciava
a tirare fino a formare un filo che andava fatto girare per attorcigliarlo
su se stesso e poi arrotolarlo attorno al fuso.
La lana poteva anche essere tinta, i
colori erano naturali e venivano ricavati da vegetali, come il mallo delle noci che
dava un colore verde-marrone. Si usavano fiori, foglie, radici, cortecce,
frutti, erbe. C'erano anche colori di origine animale come la cocciniglia
e la porpora.